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Mission e “responsabilità” del turismo (3^ parte)

16 ottobre 2015

Il Poliedro Turismo

 Il turismo tra sostenibilità e sviluppo

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Che cos’è il turismo sostenibile

Secondo l’Organizzazione Mondiale del Turismo dell’ONU (World Tourism Organization – UNWTO), “Il turismo è sostenibile quando il suo sviluppo conserva le attività ad esso connesse per un tempo illimitato, senza alterare l’ambiente naturale, sociale, artistico e non frena né inibisce lo sviluppo di altre attività sociali ed economiche presenti sul territorio”. Questa definizione si rifà a due documenti dello stesso UNWTO: il “Codice Mondiale di Etica del Turismo”, elaborato a Santiago del Cile nel 1999 (adottato dall’Assemblea Generale dell’ONU in data 21 dicembre 2001) e “Indicators of Sustainable Development for Tourism Destinations. A Guidebook”, elaborato a Madrid nel 2004. Per i Paesi dell’Unione Europea inoltre, la Commissione ha elaborato e pubblicato nel 2013 il “Sistema europeo di indicatori per il turismo”, in cui vengono sintetizzati 27 indicatori principali da valutare per migliorare, gestire e promuovere lo sviluppo del turismo sostenibile nelle destinazioni. Le caratteristiche fondamentali del turismo sostenibile si basano comunque su alcuni principi irrinunciabili:

  • L’uso etico ed efficiente delle risorse naturali, che devono essere salvaguardate e preservate in quanto elementi essenziali per la stessa vita umana
  • Il rispetto dell’identità socio-culturale e la salvaguardia del patrimonio culturale materiale e immateriale delle comunità ospitanti
  • La partecipazione attiva delle comunità ospitanti ai progetti di sviluppo e gestione del turismo
  • L’equa distribuzione dei benefici socio-economici sia in termini di occupazione che di servizi sociali
  • Il contributo alla comprensione e tolleranza inter-culturale.

Il Codice Mondiale di Etica del Turismo

In particolare nel “Codice Mondiale di Etica del turismo” sono definiti alcuni principi cui dovrebbero ispirarsi i responsabili dello sviluppo turistico, le imprese e le attività turistiche in generale e i turisti stessi e che riassumo per sommi capi:

  • Salvaguardare l’ambiente e le risorse naturali
  • Privilegiare ed incoraggiare tutte le forme di sviluppo turistico che permettono di economizzare le risorse naturali rare e preziose, in particolare l’acqua e l’energia
  • Armonizzare le attività turistiche con le specificità e le tradizioni delle regioni e dei paesi di accoglienza e nel rispetto delle loro leggi, usi e costumi
  • Programmare le infrastrutture e le attività turistiche in modo tale da tutelare e preservare il patrimonio naturale, gli ecosistemi e le biodiversità
  • Limitare o restringere le attività esercitate in luoghi particolarmente sensibili: regioni desertiche, polari o di alta montagna, zone costiere, foreste tropicali o zone umide, idonee alla creazione di parchi naturali o di riserve protette
  • Conservare, rispettare e proteggere il patrimonio artistico, archeologico, storico e culturale che dovrà essere tramandato alle generazioni future, valorizzandolo attraverso l’apertura alle visite turistiche
  • Utilizzare almeno in parte le risorse finanziarie derivanti dalle visite ai siti ed ai monumenti per il mantenimento, la salvaguardia, la valorizzazione e l’arricchimento di tale patrimonio
  • Preservare e valorizzare le produzioni culturali ed artigianali e le tradizionali culturali locali
  • Le popolazioni locali dovranno prendere parte alle attività turistiche e condividere in modo equo i benefici economici, sociali e culturali che queste determinano
  • Le politiche turistiche dovranno essere condotte in modo tale da contribuire a migliorare il tenore di vita delle popolazioni delle regioni visitate e soddisfare le loro necessità
  • La concezione urbanistica ed architettonica e la gestione delle stazioni turistiche e delle strutture di accoglienza dovranno mirare ad una loro integrazione, nella misura possibile, nel tessuto economico e sociale locale.

Economia del turismo ed economia dell’ambiente

Perché è necessario avere un approccio sostenibile nello sviluppo del turismo? Perché il turismo non è soltanto uno dei più importanti settori economici del pianeta, ma soprattutto perché il suo sviluppo incontrollato, “non sostenibile” può avere un impatto negativo sui sistemi di vita, le culture, le economie, l’ambiente naturale e antropico, le risorse e i patrimoni identitari delle comunità che vivono nelle località turistiche e, di conseguenza, generare diseconomie a danno anche dello stesso settore. Il turismo in moltissimi paesi spesso si è invece sviluppato non in seguito a una precisa programmazione che tenesse conto della complessità e delle peculiarità del territorio geografico in senso lato (fisico, naturale, culturale, socioeconomico, antropico ecc..), ma limitando tale programmazione solo alle strutture, alle attività e ai servizi endogeni. Raramente ci si è preoccupati di valutare gli impatti che le attività turistiche avrebbero determinato nel contesto ambientale, e in particolare a carico dei cosiddetti “beni liberi” come il paesaggio, le acque, la flora, la fauna, che hanno una funzione “vitale” per la popolazione residente e come tali quindi dovrebbero essere da un lato “conservati” e dall’altro utilizzati in maniera produttiva e utile per tutto il complesso di un dato sistema di vita, e non soltanto a vantaggio di un unico settore produttivo come, nel nostro caso quello del turismo. Un razionale ed efficiente piano di sviluppo turistico deve cioè avere come momento qualificante un’attenta e preventiva analisi costi-benefici non solo di carattere settoriale, come generalmente si fa, bensì intersettoriale, con particolare riferimento ai “costi ambientali”. Le attività turistiche infatti postulano necessariamente l’uso, il consumo e la contaminazione dell’ambiente non solo naturale ma anche socioculturale e antropico di una determinata località. Per far sì che si raggiunga un equilibrio armonico tra sviluppo delle attività turistiche e conservazione/tutela dell’ambiente in senso lato, è quindi necessario valutare attentamente anche la capacità di carico turistico (infrastrutture, ricettività, numero di presenze turistiche) che una località può sopportare senza compromettere irrimediabilmente la qualità del suo patrimonio e della vita dei residenti. A differenza infatti di quanto avviene nel settore industriale, dove la produzione di beni di consumo e quindi di ricchezza postula la trasformazione delle materie prime in prodotti finiti, nel turismo al contrario non si può trasformare la materia prima costituita dal patrimonio identitario (natura, paesaggio, cultura ecc..), pena la perdita di appeal e della capacità di motivare i visitatori a recarsi nella località con conseguenti gravissime diseconomie ai danni anche delle stesse imprese e attività turistiche in genere. I turisti infatti non viaggiano con le più fiere intenzioni di andare a dormire in un albergo: possono dormire benissimo in casa propria senza andare in capo al mondo, come ho già scritto in precedenza e ripetuto centinaia di volte alle mie lezioni all’università o nei master in giro per l’Italia! Da notare inoltre che in francese il turismo sostenibile è definito invece “durable/durevole”: si tratta di un concetto limitativo perché, come autorevolmente sottolineato da J. P. Lozato-Giotart in “Geografia del Turismo” (Hoepli) questa parola “introduce un’idea di durata e non corrisponde necessariamente al senso della sostenibilità, che invece è più vicino a conveniente o accettabile”.

Golf nei Paesi del Maghreb e navi da crociera a Venezia: “turismi di rapina”!

Un esempio illuminante di diseconomie esterne generate da una programmazione turistica errata, nei paesi del Maghreb è costituito dall’utilizzo delle risorse idriche per costruire e gestire i campi da golf al fine di incrementare il flusso dei turisti legati a questo sport. Questa politica è dannosa per l’economia e la vita quotidiana delle popolazioni residenti: l’acqua infatti, sempre più scarsa e sempre più preziosa, va usata in primo luogo per la vita e il benessere della popolazione residente, per irrigare i campi e favorire lo sviluppo delle attività agricole e di allevamento. La soddisfazione delle esigenze ludiche del turista-golfista e la conseguente economia generata dal turismo golfistico non possono cioè essere considerate prioritarie e prevalenti rispetto alle esigenze, interessi primari e al benessere della popolazione residente, cui appartiene l’acqua! L’economia del turismo cioè va declinata nel contesto dell’economia dell’ambiente in senso lato (macroeconomia) come “variabile microeconomica” (attività delle imprese) in una logica di interrelazioni e di interdipendenze solidali tra le attività produttive e la salvaguardia, tutela e valorizzazione dei beni culturali e ambientali. In sostanza occorre evitare “rotte di collisione” fra lo sviluppo delle imprese e delle attività turistiche (nuove infrastrutture e strutture) necessarie per favorire la crescita della domanda turistica, e l’ambiente geografico in tutte le sue accezioni, la cui qualità e integrità possono essere irrimediabilmente compromesse dall’introduzione di tali nuovi elementi in un territorio definito nello spazio fisico e antropico. Altra situazione di diseconomie esterne generate dal turismo si verifica a Venezia in relazione al passaggio delle grandi navi da crociera sul Canal Grande e accanto a Piazza San Marco: tutti sanno che il moto ondoso generato rischia di compromettere la stabilità dei palazzi e dei monumenti della città, eppure anche alcuni politici ed economisti (per me da strapazzo nonostante il loro prestigio!) sono favorevoli al passaggio perché sostengono che le crociere a Venezia generano ricchezza e posti di lavoro! Pur non avendo dubbi al riguardo, tuttavia non si capisce perché non si facciano transitare le navi all’esterno del centro storico, salvaguardando contemporaneamente sia l’economia delle crociere sia Venezia e il suo patrimonio unico al mondo! Nei due esempi citati (se ne possono citare migliaia!) più che di turismo bisognerebbe parlare di antiturismo! O meglio ancora di “turismo di rapina”!

Turismo sostenibile e “optimum turistico”

A volte le limitazioni che comportano una corretta politica di sviluppo sostenibile del turismo in una determinata località possono confliggere in apparenza con gli interessi delle stesse imprese ricettive, la cui gestione efficiente e sostenibile economicamente postula al contrario il loro massimo tasso di utilizzo. In effetti non è così: il fatto che si impongano limitazioni sia al movimento turistico sia alla costruzione di nuove strutture e infrastrutture determina un allungamento del ciclo di vita della località, dando in qualche modo ragione anche ai francesi che invece di turismo sostenibile parlano di turismo durevole/durable. Non vi può essere inoltre dubbio sul fatto che più si introducono novità in un determinato territorio, più si riducono il suo spazio fisico/geografico e la sua qualità, perché esso non è allungabile o allargabile a piacimento o a fisarmonica! Esistono però parametri più o meno scientifici e matematici in grado di definire un giusto equilibrio tra sviluppo del turismo e capacità di carico che una determinata località può sopportare senza che ne vengano compromessi le risorse e l’ambiente naturale, culturale, sociale e quindi salvaguardati gli “interessi” della sua comunità presente e futura? In concreto: può applicarsi anche al turismo la teoria e il concetto di “ottimo paretiano” espressi dal grande economista Vilfredo Pareto ai primi del ‘900 su cui si fonda la moderna economia del benessere? L’ottimo paretiano in economia (in estrema sintesi!) si ottiene infatti non quando si raggiunge una condizione di “utilità massima” per la società in fatto di allocazione/ distribuzione di beni di consumo e di servizi (in relazione alle risorse naturali, forze lavoro e beni capitali disponibili), ma quando non sia possibile migliorare la condizione di un individuo senza peggiorare quella di un altro. Tralascio in questa sede tutte le considerazioni etiche sull’equa distribuzione della ricchezza oggi nel mondo, dove il 90% di essa è posseduta del 10% della popolazione e dove muoiono di fame milioni di bambini, mentre 800 milioni di persone vivono al di sotto della soglia di povertà, e addirittura non ha accesso all’acqua, alla faccia dei tanti “mister Smith”di turno che invece la sprecano solo per tirare un po’ di palline da golf in quegli stessi paesi dove l’acqua scarseggia! Ritornando alla teoria di Pareto, vorrei osservare che però l’economia del turismo ha delle peculiarità che coinvolgono tutti i settori e tutti gli aspetti di un dato sistema di vita, non solo quindi le risorse naturali o umane, non solo i capitali, i servizi e i beni di consumo, ma anche lo spazio geografico, il patrimonio culturale, antropico, che sono elementi essenziali su cui si basa la “capacità turistico/produttiva” di quella determinata destinazione! Il turismo cioè è determinato e conseguente al grado di sviluppo dell’economia e di tutela e valorizzazione del patrimonio identitario di una determinata comunità/società, di cui è una manifestazione o se si preferisce una “variabile”. Può quindi una “variabile” come il turismo determinare un “insieme” e influire sulle dinamiche e sui fenomeni che concorrono a raggiungere un “ottimo paretiano” per la società/comunità che detiene e gestisce tutti i fattori produttivi e le risorse in grado di  sviluppare un turismo sostenibile e durevole? Il danno eventuale, nell’ipotesi di un turismo non sostenibile, lo subirebbero infatti soprattutto le future generazioni, cui tali risorse appartengono, non potendole utilizzare a loro volta in funzione del turismo perchè degradate, peggiorando o compromettendo così il loro benessere! A rispondere indirettamente a queste domande ha tentato J.P. Lozato-Giotart che nel suo libro citato in precedenza ha avanzato l’idea, parafrasando forse il Pareto, di “optimum turistico”, che definisce come “il punto di equilibrio tra diversi parametri naturali, socioeconomici e culturali che permette la salvaguardia di un territorio e della comunità locale.” Per ricercare “l’optimum turistico” ha individuato alcuni indicatori-chiave da valutare:

  • La capacità di carico territoriale (di carattere paesaggistico e architettonico) o numero di persone per ettaro
  • Il consumo di acqua potabile e materiali di consumo
  • L’impatto paesaggistico (suoli, rilievi, flora)
  • L’inquinamento e il degrado dell’ecosistema, dei monumenti e delle opere d’arte
  • Gli impatti socioeconomici (occupazione, redditi)
  • Gli impatti socioculturali (acculturazione? Progresso?)

Oltre a tali parametri, aggiungo io, occorrerebbe valutare anche quelli di carattere socioantropologico che riguardano le relazioni tra popolazione residente e visitatori non solo in fatto di rapporti numerici, ma anche e soprattutto “culturali” relativi alle loro differenti “personalità” in  senso lato, di capacità e predisposizione al rispetto reciproco delle culture, degli stili di vita, delle tradizioni, delle credenze, delle leggi, dei loro costumi. Ma qui entriamo in un altro campo: quello del turismo etico e responsabile di cui parlerò nella prossima puntata di questa rubrica.

(Continua – Le prime due puntate sono state pubblicate il 20 marzo e il 26 maggio 2015)

 

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